giovedì 2 maggio 2013

Readers delle curiosità economiche


Discussioni correnti su temi economici trovati su internet
da GG

ANALISI DEL SISTEMA CINESE

Siamo arrivati a un punto in cui, non possiamo continuare a girare intorno
ai problemi, senza prendere decisioni precise. Le decisioni giuste, non si
prendono, anche perché non esiste una analisi esatta del funzionamento
dell'economia all'interno di uno stato, e nel nostro caso della crisi della
stessa. Molte imprese chiudono e il governo o le istituzioni preposte non
fanno niente. Gli economisti parlano solo di consumi, al fine di farli
aumentare. Tantissimi cittadini o addetti ai lavori sono costantemente in
riunioni, o dibattiti, e non fanno altro se non continuare a perdere
tantissimo tempo, imbrogliando se stessi e gli altri. Sembra pure che i
problemi si possano risolvere per caso. Si aspetta che dal cielo, per magia,
arrivino le soluzioni, come fanno i bambini. Le importazioni, di merci di
tutti i generi, sono aumentate a dismisura. E' semplice immaginare che se le
acquisto da altri, saremo costretti a chiudere e a dover licenziare i
lavoratori. La concorrenza è enorme e non si può arginare con facilità, dato
il suo carattere straordinario. Ci troviamo di fronte a nazioni dove la
realtà, rispetto alla nostra, è differente. In particolare il tenore di
vita, è nettamente al di sotto. Si dovrebbe dunque imporre urgentemente un
freno all'importazione incondizionata di questi beni: diversamente non si
uscirà dalla crisi. Ci vogliono soluzioni che intelligentemente tengano
conto del nostro lavoro e di quello dei paesi emergenti. Non parlo di
chiudere le frontiere o altro, magari con la reintroduzione dei dazi, per
non svegliare i benpensanti, che ti darebbero subito dell'incapace e del
retrogrado. La stessa soluzione non rientra nei miei pensieri. Le soluzioni
pratiche o solo utopistiche, potrebbero essere le seguenti:


-Regolamentare le entrate di merci dai paesi extra-europei, tenendo conto di
quelle esportate negli stessi;


-l'import e l'export dai suddetti paesi potrebbe essere regolamentato
tenendo conto, anziché del solo parametro quantitativo o finanziario delle
“merci”, anche di altri parametri, dai quali si possano dedurre fattori
certi di arricchimento, per il nostro paese o l'Europa in genere;


-la concorrenza subita con l'introduzione delle merci delle imprese
asiatiche, la si potrebbe contrastare con una dello stesso tipo: si dovrebbe
produrre a più basso costo. Per fare questo sarebbe necessario una drastica
riduzione del costo del lavoro, oppure la creazione di agglomerati economici
di più grossa portata, a livello Europeo. Non mi sfugge naturalmente che già
esistono le multinazionali operanti in tutto il mondo e aventi perciò una
struttura mastodontica. La riduzione del costo del lavoro, che incide
notevolmente sul costo del prodotto finito, si potrebbe attuare, con una
riduzione contributiva previdenziale, assicurativa, o anche tagliando sulla
retribuzione base. Spero comunque di non essere frainteso: è solo un
discorso teorico. Si tenga conto che attuare questa ultima soluzione
equivarrebbe a un abbassamento del tenore di vita della popolazione, e in
effetti avvicinarsi a quello dei paesi dai quali arrivano, in così elevate
quantità, i beni concorrenti.


Tralasciando per il momento le possibili soluzioni, accenno al "fattore"
multinazionali. Le stesse operano ora più che mai nei paesi dove il costo
del lavoro è bassissimo, a fini esclusivamente speculativi. Hanno trasferito
le loro fabbriche a scapito ovviamente dei paesi nei quali lo stesso sapere
si era costituito. Il know-how, che tantissima importanza riveste al fine
della nascita e funzionalità dell'impresa è stato così "regalato" ad altri.
Gli stessi naturalmente sono passati da una fase passiva della produzione,
in qualità di operai, a una fase attiva, quali agenti economici di primo
livello. Altre considerazioni si dovrebbero fare, circa gli utili conseguiti
dalle multinazionali: che fine fanno i miliardi di dollari di queste ?
Vengono reinvestiti nei paesi di origine, ossia in occidente o Stati Uniti?
Le multinazionali dovrebbero essere oltretutto in mano a poche persone, e
ciò naturalmente contrasta con un rientro economico a vantaggio di tanti.
Allargando il discorso dell'insediamento altrove delle aziende, si può
notare che a trasferire la produzione altrove, non sono solo le
multinazionali ma anche le piccole o medie imprese. Per queste ultime si
tratta però di spostamenti che rientrano in un ambito più limitato: si pensi
alla Romania, Polonia, Albania, Tunisia, eccetera. In tutti i casi comunque
i paesi di origine risentono pesantemente del fuggi fuggi generale, verso
paesi a basso impatto fiscale e produttivo.


Se comunque si continua di questo passo, le nostre economie sono destinate a
cambiare radicalmente. Se la produzione dei beni non primari continuerà
altrove, dovremo attuare una riconversione delle nostre fabbriche,
adibendole ad attività economicamente secondarie. Assisteremo a un
impoverimento generale di tutti.


L'import-export non è stato attentamente valutato dagli economisti, che non
hanno letto l'impatto che avrebbe avuto, trattare incondizionatamente, con
realtà molto diverse dalle nostre. E' lo stesso risultato che si avrebbe,
facendo entrare in una orchestra musicale di primo livello, tanti componenti
di scarsissima preparazione professionale. Era necessario valutare
l'omogeneità o meno delle parti in causa.


Il problema della crisi economica, a mio parere, si deve affrontare con la
stessa forza attraverso la quale la stessa preme. In una impresa che opera
sul mercato, nel momento in cui si devono superare "periodi difficili", si
adottano le misure più opportune per contrastare adeguatamente la
difficoltà. L'azienda utilizzerà i capitali derivanti dalle vendite, che
rientrano nell'attività normale, per pagare i fornitori, mentre invece, al
fine di onorare debiti di consistenza superiore, come per esempio quelli
relativi alla struttura produttiva, attingerà da finanziamenti dei soci, da
mutui bancari, eccetera. Se le difficoltà non sono però facilmente
risolvibili, la stessa, dovrà attuare delle operazioni straordinarie, come
per esempio la vendita di un ramo di essa, di suoi immobili, oppure
richiedere apporti finanziari, con l'ingresso di nuovi soci, e così via. Il
problema economico, nel nostro caso, deve dunque essere risolto, con
l'azione congiunta di tante nazioni. Mi pare proprio, che questa soluzione
possa andare bene, se consideriamo (mi era sfuggito), che l'introduzione
della moneta unica europea, è stata attuata proprio per contrastare l'azione
economica di paesi terzi. A livello europeo dunque l'argomento, non è
sconosciuto, ma già ampiamente dibattuto.


Riprendendo il discorso circa le soluzioni da adottarsi, si potrebbe
sperare, come d'altronde plausibile, che nei paesi ad economia crescente, i
lavoratori, prendano coscienza dei loro diritti e li facciano valere, allo
stesso modo di quanto è accaduto in Europa, ai primi del '900. Si tratterà
però di un problema di carattere culturale prima, ed economico poi. Se ai
cinesi non interessa un certo stile di vita, infatti, non si avranno le
modifiche auspicate. Se ciò si rivelasse vero, per contrapposto, nel giro di
qualche anno, le loro produzioni subirebbero un ridimensionamento
quantitativo, e il loro costo un aumento non indifferente, con tutto
vantaggio della nostra economia. Il problema è dunque il periodo di tempo
occorrente per questo cambiamento: se lo stesso si protrarrà per non pochi
anni, le nostre fabbriche avranno già chiuso e si costituirà un monopolio da
parte di questi paesi.

Proseguendo in questa disamina, non posso tralasciare di dire che se le
"condizioni" di lavoro, imposte dai capitalisti o dagli industriali agli
"operai", sono molto gravose, e non tengono conto della dignità della
persona, considerato il fenomeno economico, saremo presto dei testimoni di
un "atto di rivolta" che non potrà essere paragonato a quello europeo dei
primi del secolo scorso. I governi orientali, e in particolare la Cina,
dovranno perciò valutare con attenzione questi importantissimi aspetti, che
potrebbero compromettere la stabilità interna con le ripercussioni che tutti
possiamo comprendere.
TESORO FA CAUSA A FINMECCANICA

Paradossi italiani, il Tesoro porta in Borsa
Finmeccanica e contemporaneamente gli fa causa
http://www.affaritaliani.it/corsentino_index.html

Sarà pure "l'Italia che cambia l'Italia", come annuncia la bella e molto
"attractive" campagna pubblicitaria che in queste settimane ha accompagnato
l'Opv, l'offerta pubblica di vendita, insomma la privatizzazione di
Finmeccanica, quella che una volta era il gioiello delle Partecipazioni
Statale e che, dopo un periodo di appannamento e di turbolenza causato dalla
difficile "digestione" dell'Efim, l'ex cronicario pubblico di aziende
decotte e fallite, è tornata ad essere una holding industriale tra le più
moderne ed efficienti d'Europa, ma dal 2 giugno prossimo, quando si
concluderanno le operazioni e il 44% di Finmeccanica sarà stato collocato
sul mercato per un valore di circa 11mila miliardi, il suo bravo e simpatico
amministratore delegato, Alberto Lina, dovrà fare i conti con "l'Italia che
non cambia", con l'Italia dei tribunali civili, dei Tar e dei consigli di
Stato, con inevitabile contorno di studi legali e superconsulenti
amministrativi e fiscali, dove il suo gruppo ha accumulato negli anni una
autentica montagna di contenziosi, di vertenze e di cause civili che
rischiano di bruciare assai più dei 600 miliardi prudentemente "appostati"
nella classica voce di bilancio sui "rischi su perdite e credite".

Ma il fatto più curioso è che nel lunghissimo elenco dei creditori (o, più
genericamente, degli "attori" che hanno trascinato Finmeccanica davanti ai
collegi arbitrari e ai tribunali civili) ai primissimi posti c'è il suo
azionista di maggioranza, il Ministero del Tesoro, che anche a Opv conclusa
continuerà a detenere una non indifferente quota del 30% del capitale. Si
tratta, infatti, in gran parte di cause e contenziosi contrattuali che da
decenni oppongono la holding guidata (e risanata, bisogna dirlo!) da Alberto
Lina alle più diverse amministrazioni pubbliche, dal ministero della Difesa
ai Trasporti alle Comuinicazioni, che sono state, ovviamente, clienti e
acquirenti delle tante aziende del gruppo presenti, come si sa, nei mercati
strategici dell'energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, della
difesa, dell'aerospaziale, dell'elicotteristica. Una valanga di cause su
cui, va detto con onestà, lo stesso "Prospetto informativo" offre i
necessari dettagli: basta leggere per essere informati e non gridare (dopo)
allo scandalo.

Vediamo, per esempio, la vertenza che da dodici anni oppone l'ex Aeritalia
(ora Alenia Spazio) al Ministero del Tesoro (e in passato anche al Ministero
delle Partecipazioni Statali, ora assorbito da Via XX settembre. In una
prima fase i due dicasteri erano stati condannati dal Tribunale Civile di
Roma al pagamento dei costi sostenuti dall'azienda per tutti gli studi e le
ricerche necessarie per l'avvio della produzione di alcune componenti
destinate ad un nuovo aereo progettato in joint-venture con la Boeing
Industries di Seattle.

Poi la Corte d'Appello ha ribaltato il verdetto e ha condannato l'Aeritalia
a restituire alle due amministrazioni pubbliche 120 miliardi. Sentenza
ovviamente impugnata da Finmeccanica davanti alla Corte di Cassazione che
però le ha dato torto per cui ora la finanziaria di Alberto Lina potrebbe
ricevere dal suo azionista-Tesoro un decreto ingiuntivo per ottenere "la
restituzione delle somme" che, nel frattempo, tra inflazione e
rivalutazione, sono arrivate ad oltre 244 miliardi. E lo stesso potrebbe
accadere con il Ministero della Difesa per una penale di 80 miliardi a
carico dell'Oto Melara di La Spezia per una fornitura di carri armati.

Altre società ex Efim, ora finite sotto il controllo di Finmeccanica,
dovranno restituire la bella cifra di 106 miliardi perché hanno continuato a
percepire direttamente i pagamenti relativi ad alcune commesse pur avendole
"girate" ad alcune società di factoring. E non è finita. La Vetrociset,
un'azienda controllata dagli eredi dell'ex presidente di Finmeccanica
Camillo Cruciani (quello condannato per le tangenti Loocked negli anni
Settanta) e nella quale la stessa Finmeccanica ha una partecipazione di
minoranza del 20% (si occupa della manutenzione dei radar nei 39 aeroporti
italiani) ha citato in giudizio la holding di Alberto Lina per la presunta
violazione di accordi contrattuali e chiede un risarcimento di oltre 70
miliardi, che saranno in buona parte pagati perché, secondo l'ufficio legale
di Finmeccanica, gli eredi Cruciani sono, come si dice, dalla parte della
ragione.

E che dire del danno lamentato dall'industria aeronautica Rinaldo Piaggio
(che produce aerei executive) che ritiene Finmeccanica responsabile del
fallimento di due società miste - la Uvy e la Saca - che a loro volta
avrebbero danneggiato il business delle sue imprese e pretende ora un
risarcimento di 90 miliardi? Una delle due, a sua volta, ha fatto formale
richiesta "congiuntamente alla Finmeccanica e al Ministero della Difesa" di
un rimborso di 174 miliardi per una serie di contratti di subappalto che, a
suo dire, contenevano clausole illegittime.

I contenziosi economici di Finmeccanica arrivano fino alla lontana Cina. Qui
l'Ansaldo aveva costituito una joint venture con il gruppo cinese Norinco e
due società italiane, la Junuadei e la Progetto Cina, per la realizzazione
di un impianto per lo smaltimento di rifiuti industriali a nord di Pechino
valutato circa 700milioni di dollari. Poi l'Ansaldo si è ritirata dalla
joint venture a causa della inaffidabilità dei partner, ma intanto le due
società italiane hanno fatto causa a Finmeccanica e alla Norinco chiedendo
1200 miliardi di danni.

E infine ci sono tutti i contenziosi fiscali davanti alle commissioni
tributarie che, sommati, fanno altre centinaia di miliardi. Un solo esempio
per tutti: la deducibilità fiscale delle perdite originate dalla Alfa Romeo
spa, incorporata dalla Banca di Roma dopo la cessione del ramo d'azienda
automobilistico (insomma gli stabilimenti di Arese e Pomigliano d'Arco) alla
Fiat Auto nel 1986. Finmeccanica, azionista di Alfa Romeo, può o no dedurre
quelle perdite? "L'Italia che cambia l'Italia" ne deve fare ancora di strada
e consegnare al mercato un'azienda normale.

CESSIONE RAMI AZIENDA

Una azienda decide di cedere un proprio ramo ad un'altra società del
gruppo.
i lavoratori, che prima avevano un determinato contratto andranno,
secondo gli accordi scritti, sotto l'egida dell'altra società che
applica ai lavoratori un'altra tipologia di contratto.
All'incirca il livello economico dei due contratti si equivale, ed
anche se non dovesse essere superiore dovrebbe in ogni caso "almeno"
essere uguale.
E fin qui siamo d'accordo....credo...
Tuttavia si pone un problema di un fondo pensionistico che, per coloro
che non hanno maturato almeno 15 anni di anzianità, verrebbe
eliminato. Quelli che invece hanno superato quella soglia di anzianità
verranno invece liquidati secondo determinati parametri.


Puo' il lavoratore attendere il compimento dei 15 anni al fine di
ottenere la liquidazione di quanto maturato? A me mancano 5 mesi ad
altri 3 e ad altri solo 2.

Puo' il lavoratore opporsi al cambio di contratto? ed in quali forme?

SCORPORO RAMI

 Se il corrispettivo è costituito da azioni, si rientrerebbe nella
> fattispecie dello scorporo.
Se si tratta di ramo d'azienda avrai lo scorporo di un ramo d'azienda (cioè
di un complesso di beni indonei allo svolgimento di un'attività d'impresa)
altrimenti diventa lo scorporo di un patrimonio rappresentato da beni che
non rappresentano un ramo d'azienda (un conferimento se le azioni comportano
un aumento del C.S. o la cessione dietro trasferimento di azioni di altre
società o della stessa società che possieda azioni proprie).

> Se le azioni vanno ai soci, si ha scissione.
>
Se le azioni vanno ai soci non è la società che riceve il corrispettivo.
Comunque per aversi scissione di "ramo d'azienda" occorre sempre che i beni
scissi (cioè il patrimonio trasferito tramite la scissione) siano idonei
allo  svolgimento dell'attività d'impresa.
Certo se si arriva a fare una scissione sarà più normale che il patrimonio
trasferito possa essere un'azienda in quanto con queste operazioni
normalmente vengono trasferiti tutti gli elementi necessari per svolgere
un'autonoma attività d'impresa.
Per fare un esempio se una società immobiliare si scindesse (parzialmente)
trasferendo un unico immobile (nudo e crudo) ad una neosocietà diresti che
la scissione ha comportato un trasferimento di un ramo aziendale?
Io direi che si è nel campo della scissione ma che la scissione non ha
comportato un trasferimento d'azienda.
Nel caso di specie il trasferimento riguarda solo una specie di beni (quelli
immateriali) e forse non si può affermare che tali beni possano consentire
un'autonoma attività d'impresa senza che gli stessi vengano integrati con
altri elementi che normalmente fanno parte di un'azienda (beni materiali,
rapporti in corso, ecc. ecc.).
A mio parere ciò che occorre verificare è se tali beni immateriali possano
costituire un insieme di beni idonei allo svolgimento dell'attività
d'impresa in modo "autonomo". Poi il modo di pagamento non ha rilevanza al
fine della discriminazione tra cessione di beni e trasferimento d'azienda.

I NOTAI HANNO PIU SOLDI DELLE BANCHE

Xiridia ha scritto:
> - Chi cede cosa a chi?
Fineco Spa cede a FinecoBank Spa la rete di promotori finanziari.

Fineco Spa e FinecoBank Spa hanno quasi lo stesso nome e hanno sede allo
stesso indirizzo.

> - Questo cosa comporta per Fineco?
> - E cosa per i clienti?
Praticamente niente perché la cessione avviene dopo un periodo di
affitto del ramo d'azienda, quindi qualsiasi cosa doveva succedere è già
successa.

> - E perché hanno ceduto un ramo d'azienda al notaio? (leggendolo
> velocemente mi aveva dato veramente questa impressione :-)
Perché i notai hanno più soldi delle banche :-)

SPIEGAZIONE VENDITA RAMI PER DURI DI COMPRENDONIO

Non so se  hai problemi cerebrali del tipo caduta dal seggiolone o
semplicemente hai il cervello formattato ed i cluster a forma di falce e
mertello, te lo spiego come se tu fossi un bambino scemo di 2 anni, un
giorno una società ( la DMT) va da un'altra società ( la EI) e le chiede :
vuoi vendermi una parte della tua azienda con annesse attrezzature ma sappi
però che per ora non ho i soldi per pagarti? EI risponde : va bene te la
vendo ma in garanzia del pagamento voglio il 30% della nuova società che vai
a costituire, quando mi pagherai ti restituirò la parte di società che mi
hai dato in garanzia.
Dopo alcuni mesi la società DMT si reca dalla società EI con una borsa piena
di soldi ed in cambio ottiene indietro la quota societaria che aveva dato in
garanzia.

Ora vai a mangiare la pappa e attento a non ricadere dal seggiolone ;-)




EXPORT LAVORO DEI SINDACATI

Centro Documentazione e Lotta
02/01/03


Notiziario a cura del Centro di Documentazione e Lotta
21-24/12/2002
http:\\it.geocities.com\verbano\archivi\lc12_02.htm
SOMMARIO: Holiday Inn, Fiat, Flextronics, Partenopea,
Comer-Group, Zanussi, Whirpool, Sindacalisti nel
mondo, Finanziaria, Porto Marghera, Dati
sull'occupazione, IMR

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21 dicembre 2002

HOLIDAY INN

I padroni sono di tutte le specie, e i preti che
sbattono in mezzo alla strada i propri dipendenti non
sono da meno. A Roma sessantasei lavoratori della
Domus pacis e della Domus Maria, ex-case di ospitalità
trasformate in alberghi pensione dall'Azione
cattolica, dopo lunghi passaggi di gestione negli
anni, come regalo di Natale hanno ricevuto il ben
servito. Le lettere di licenziamento sono arrivate il
13 dicembre, ma la loro storia inizia nel 1977, quando
l'Azione cattolica cede per la prima volta il ramo
ristorazione alla Gemias spa. All'epoca, in assenza di
una legge sull'esternalizzazione del personale mensa,
i preti stipularono un accordo contrattuale preciso:
l'intera forza lavoro pur passata ai privati sarebbe
stata mantenuta integra e senza tagli, anche nel caso
in cui la stessa Azione cattolica avesse ripreso la
gestione diretta.
Dopo 8 anni è subentrata l'Agape e nel '94 Full rest
Italia. La Domus Pacis e la Domus Maria sono state
alla fine acquisite nel giugno scorso dall'Holiday
Inn, multinazionale alberghiera, che ha immediatamente
fatto fuori - nella migliore tradizione di
flessibilità e riduzione dei costi - l'appalto con la
Full rest insieme a vecchi dipendenti a tempo
indeterminato per far posto - magari - a società con
interinali e atipici ben più gestibili ed economici.
Ora nonostante le garanzie sindacali per il personale
sull'esternalizzazione del ramo d'azienda e l'accordo
dei preti in tasca - che sono ancora proprietari degli
immobili - di questi 66 dipendenti nessuno sembra si
voglia fare carico. "La situazione ha dell'incredibile
- spiega Paolo di Bernardini dei Cobas - ci negano il
lavoro e anche le forme di mobilitazione". Infatti, i
dipendenti, che sono in agitazione da tre settimane,
hanno manifestato davanti agli alberghi ma la
direzione ha prontamente aggirato lo sciopero dei
lavoratori. Gli ospiti degli alberghi sono stati
dirottati per il pranzo e la cena in altri centri,
vanificando così la protesta.
E' quanto meno singolare che un colosso del settore
alberghiero gestisca le pensioni di un'associazione
cattolica. Ma forse è il caso di dire che il mercato
non ha altro dio all'infuori di se stesso".

FIAT

A partire da lunedì, a Torino, un presidio e una tenda
a piazza Castello per spiegare alla città la crisi
Fiat e distribuire materiale informativo. Verranno poi
proiettati sui muri i filmati sull'ultimo mese di
lotta a Mirafiori prodotto da un gruppo di cineasti.
In serata, alle ore 21, Piero Chiambretti ed alcuni
gruppi musicali terranno uno spettacolo di
solidarietà. Costo del biglietto 5 euro, l'incasso
sarà devoluto al coordinamento cassintegrati. Venerdi
27, incontro in piazza Castello con i cittadini di
Torino.

FLEXTRONICS

E' sempre più chiaro il progetto del management della
Flextronics di chiudere lo stabilimento dell'Aquila e
spostare lavoro e macchinari in provincia di Avellino.
Alla fabbrica abruzzese, le uniche commesse ancora
rimaste sono quelle della Siemens, in scadenza da un
anno. E l'azienda furbescamente sta cercando di
traslocare i macchinari essenziali ad Avellino che
diventerà il polo di produzione Flextronic. Per far
fronte all'ipotesi di smantellamento, la Rsu e i
lavoratori hanno deciso di effettuare un presidio di
24 ore su 24 a partire da ieri e fino alla fine della
Epifania.

LA "PARTENOPEA" CHIUDE

Quattrocento lavoratori rischiano il licenziamento. Lo
denuncia la Filcams Cgil, che segnala la possibile
chiusura dell'istituto di vigilanza napoletano, La
Partonopea. I lavoratori e le loro famiglie hanno già
protestato davanti alla sede prefettizia e contestano
l'ipotesi di spezzettamento della compagnia, che vuole
dare lavoro in appalto ad altre società.

COMER-GROUP

Il tribunale di Reggio Emila da' ragione alla causa
intentata da Fim, Fiom e Uilm contro l'azienda
Comer-Group spa, il cui titolare è il presidente degli
industriali della provincia ed è stato vice presidente
di Federmeccanica. L'azienda aveva deciso di sottrare
una quota di permessi dalle riduzioni d'orario
previste dal contratto nazionale, corrispondente al
godimento del riposo durante le festività. I sindacati
avevano sempre contestato questa interpretazione della
normativa contrattuale e, alla fine, l'hanno spuntata.


ZANUSSI

Con l'accordo firmato il 16 dicembre si è conclusa
positivamente la vertenza Electrolux-Zanussi. I
lavoratori tornano in azienda dopo avere concluso il
periodo di cassa integrazione. Inoltre. è stato
raggiunto un accordo sulla flessibilità. stabilendo
che veranno assunti dei lavoratori a part-time ciclico
e a tempo indeterminato. Dunque stabili e a parità di
diritti; evitando in questo modo il peggioramento
degli orari o il massiccio ricorso al precariato.

WHIRPOOL

L'11 dicembre è stato inaugurato un nuovo stabilimento
Whirlpool per fabbricare i frigoriferi stile
americano. La produzione prevista è di 80 mila unità
l'anno, 160 i giovanissimi addetti, ciò che significa,
con una facile divisione, che ciascuno di loro ne
costruirà personalmente 500. Ben più di un frigorifero
e mezzo al giorno a testa, calcolando le ferie e le
domeniche. Questo avviene nel Varesotto, a Cassinetta
di Biandronno, negli impianti creati 40 anni fa da
Giovanni Borghi, il padron Borghi della Ignis.
Giovanni Borghi, morto nel 1975, era milanese,
addirittura isolano dell'Isola Garibaldi, un quartiere
tenuto in disparte, un po' dalla cattiva fama degli
abitanti (era il rione dei locch, cioè dei balordi),
un po' dall'orgoglio dei residenti e dal taglio delle
linee ferroviarie. Dall'isola viene Silvio Berlusconi.
I Borghi cominciano a fabbricare macchine per
cucinare, convinti come sono che, anche nel 1943,
convenga mangiare. Finisce la guerra e la ragione
delle cucine e dei cibi cotti è ancora più forte: così
nasce la Ignis, il fuoco. A Giovanni Borghi spunta
l'idea che adesso occorre anche una macchina per
conservare il cibo. Gli italiani erano allora molto
poveri e gli americani della General Electric (Ge)
ritenevano, al contrario di Borghi, che per i
frigoriferi non ci fosse mercato. La Fiat, socia della
Ge, pensava dal canto suo che ogni lira sottratta
all'auto fosse sprecata. Borghi ebbe l'intuizione che
fosse meglio cimentarsi nei frigoriferi leggeri,
sostenuti dal loro stesso guscio termico, molto meno
costosi, alla portata di borsellini operai. Il
risultato furono milioni di pezzi in pochi anni. Era
nato il frigorifero italiano, pronto a invadere
l'Europa e il mondo non americano. In altre zone del
paese prendevano le mosse i concorrenti di Borghi: i
maggiori erano Zoppas e Zanussi, Candy e Indesit,
Merloni e Stice, ma poi erano decine le imprese sul
mercato.
Ai frigoriferi si aggiungono le lavatrici; la
concorrenza è spietata e inizia una fase di
centralizzazione che riduce a poche unità le imprese
che comprano e chiudono o assorbono le rivali,
diventando enormi e indebitate. E' il momento delle
banche, che in una dozzina di anni fanno precipitare
il settore nelle mani delle imprese multinazionali. La
prima a cadere è Ignis che viene acquistata dalla
Philips olandese, nel 1972. A sua volta, una
quindicina di anni dopo, Philips cederà, in varie
tappe, tutto il proprio sistema degli elettrodomestici
bianchi, Ignis compresa, agli americani di Whirlpool.
Whirlpool, copiando Borghi, metterà a Comerio il
comando europeo e a Cassinetta di Biandronno, poco
lontano, gli stabilimenti principali.
E' a Comerio che l'11 dicembre si svolge la prima
parte della festa. Del taglio del nastro si incarica
il presidente della provincia di Varese, Marco
Reguzzoni. Il presidente di Whirlpool Europe, Michael
A. Todman ha un po' la stazza fisica di Borghi e la
sua comunicativa.
Whirlpool ha quattro impianti e uno è stato riattato
con allegro spirito colorato per la produzione dei
mastodontici frigoriferi side-by-side, dal nome
programmatico (ma eccessivo per un frigorifero) di
Conquest. Si tratta di un oggetto da 500 litri utili,
pieno di balconi e di anfratti e con cascatelle di
ghiaccio sull'esterno. A lavorare sono due tecnici, un
capofabbrica e 160 giovani, in grande misura ragazzi e
ragazze, spesso al primo impiego, quasi sempre con
contratto a tempo indeterminato. Hanno partecipato a
un corso di preparazione, retribuito, per imparare
come si fa. La produzione è in corso.
C'è molta luce e l'ambiente non è sgradevole. Ragazzi
e ragazze hanno per divisa una t shirt amaranto.
Mentre si taglia il nastro leghista guardano da un
canto, un po' curiose, un po' impacciati. Poi le
macchine ingranano. Entra una lamiera colorata che la
pressa taglia e piega. I rulli portano la lamiera
verso il guscio di plastica interno che viene inserito
a mano; poi c'è tutto un intrico di fili, fermati con
pezzi di nastro; poi si inietta del materiale plastico
che si espande all'aria e riempie ogni spazio,
garantendo il freddo e la rigidità del colosso. Molti
spostamenti sulla linea sono guidati a mano, ma tutto
avviene senza una manifesta fatica. Due ragazze, una
bionda, una bruna, fissano i due sportelli applicando
i cardini al corpo dell'oggetto, dopo averli presi da
contenitori poco lontani. Avvitano cinque viti per
sportello, in alto e in basso, oltre a fare altre
operazioni di precisione, come fissare il marchio, in
alto, che si veda. Tempo, per ogni frigorifero, due
minuti scarsi. I tempi non li sanno ancora calcolare
bene, ma ritengono di fabbricarne trenta in un'ora.
Questa è la nuova catena interinale.

IL RISCHIO DI FARE SINDACATO NEL MONDO

BIELORUSSIA. In un nuovo rapporto dell'Organizzazione
internazionale del lavoro (Oil) il governo bielorusso
è accusato di gravi violazioni dei diritti
fondamentali dei lavoratori e degli attivisti
sindacali. In occasione della giornata mondiale dei
diritti umani, il 10 dicembre, l'agenzia dell'Onu ha
redatto una lista molto dettagliata delle convenzioni
che non vengono rispettate in Bielorussia. Da tempo,
il presidente Aleksander Lukashenko impedisce alle
organizzazioni sindacali di tenere i normali rapporti
con le agenzie e le associazioni internazionali. A
settembre, i vecchi dirigenti della maggiore
confederazione, Fpb, sono stati ritenuti "non
affidabili" e attraverso elezioni speciali, in cui è
intervenuta anche la polizia di stato, sono stati
sostituiti con uomini dell'esecutivo attuale. Il primo
a cadere è stato il sindacalista Aleksander Yaroshuk,
principale oppositore alle politiche sociali di
Lukashenko. Il nuovo segretario generale del Fpb,
Leonid Kozic, da anni vice di Lukashenko, ha detto
chiaramente che non c'è posto per più di una sigla,
pertanto l'attuale organizzazione dovrà essere
incorporata dalle autorità di governo. In questo modo,
tutte le altre saranno automaticamente illegali. Kozic
ha anche risposto formalmente alla Commissione
dell'Oil, invitandola a non fare troppe pressioni in
futuro.
ZIMBAWE. Nove sindacalisti della confederazione Zctu
sono stati rilasciati, la settimana scorsa, dopo tre
giorni di carcere e le ripetute proteste delle
organizzazioni umanitarie. L'arresto era avvenuto a
Harare, la capitale dello Zimbawe, durante una
riunione del sindacato, ma la polizia non era riuscita
a formulare un'accusa concreta, anche perché in questi
giorni non sono previsti scioperi o manifestazioni.
C'è però una legge di ordine pubblico e sicurezza che
permette il fermo dei sospettati di associazione
sovversiva. Sulla base di questa, anche senza avere
fornito alcuna prova, il governo ha giustificato la
detenzione dei nove, compreso il segretario generale
della Zctu, Wellington Chibhebhe. La corte di Harare
ha ritenuto l'accusa inconsistente e ha deciso di
liberare subito gli attivisti. Chibhebhe ha detto di
essere stato picchiato in carcere e di essere stato
minacciato di ritorsioni se non si dimetterà presto
dall'incarico. Alla Ztcu è stato vietato di
intervenire pubblicamente prima e durante lo
svolgimento delle prossime elezioni.
HONG KONG. Libertà sindacali a rischio nella regione a
statuto speciale di Hong Kong. Il governo centrale
cinese vuole una nuova legge, in discussione in questi
giorni, che negherebbe il diritto di associazione a
organizzazioni ritenute "pericolose per la sicurezza
interna". Sarà proibito, infatti, l'ingresso a enti e
organizzazioni politiche straniere che possano
costituire la minaccia di "atti sovversivi nei
confronti del governo popolare". Dato che l'autonomia
sindacale è illegale in Cina, e gli attivisti
finiscono regolarmente in prigione, si finirebbe per
impedire l'esistenza stessa del sindacalismo libero
anche nella regione formalmente indipendente. Quello
che il governo cerca di eliminare, infatti, non è solo
il legame tra gli attivisti sindacali di Hong Kong e
quelli cinesi ma la stessa attività di organizzazione
e rivendicazione e ogni eventuale opposizione
politica. La legge, che potrebbe essere approvata già
all'inizio dell'anno prossimo, prevede anche forti
discriminazioni verso gli immigrati. Attualmente, Hong
Kong conta circa 240 mila lavoratori stranieri,
soprattutto indonesiani e filippini, che già ricevono
paghe inferiori a quelle previste dai contratti
nazionali.
COLOMBIA. È di certo il paese più pericoloso al mondo
per i sindacalisti e, nonostante le rassicurazioni del
presidente Uribe, la situazione non sembra destinata a
migliorare. La Colombia continua a detenere il
tristissimo primato del numero di attivisti sindacali
e dei diritti umani torturati, scomparsi e uccisi. La
commissione dell'Oil ritiene insufficienti le misure
adottate finora dal governo. Non si ha notizia,
infatti, d'incriminazioni o particolari indagini sui
membri dei gruppi paramilitari sospettati degli
omicidi, anche se è dal 1999 che il governo promette
uno speciale programma di vigilanza e protezione.
L'ultimo assassinio clamoroso, alla fine di novembre,
è quello di Jairo Vera Arias, dirigente del sindacato
agricoltori Sintradin, sigla affiliata alla
confederazione Cut. Impegnato nell'opposizione alla
riforma agraria, Arias è stato colpito da due
proiettili proprio di fronte alla sua abitazione, a
Bucaramanga, Santander.


22 dicembre 2002

FINANZIARIA

La finanziaria che esce dal senato è ben diversa
rispetto a quella varata dal consiglio dei ministri
del 30 settembre ed entrata alla camera il 15 ottobre.
E' un testo pieno di "una tantum" e di condoni e che
avrebbe potuto trasformarsi in una vera e propria
amnistia per reati connessi a quelli fiscali, che
andavano dall'evasione contributiva, passando per il
riciclaggio del denaro sporco e altri reati di mafia.
La maggioranza ha dovuto cambiare il testo degli
emendamenti del condono. Già la finanziaria della
camera si basava abbondantemente (almeno per un terzo
dell'ammontare complessivo) sul concordato fiscale,
mentre le altre due parti importanti del testo
originale erano le cartolarizzazioni e i tagli alle
spese. La manovra è di 20 miliardi di euro, di cui 8
miliardi di tagli alle spese, 4 miliardi di
cartolarizzazioni, 8 miliardi dai condoni. Ora con la
nuova versione varata dal senato il concordato diventa
condono (anche tombale) e si traduce in 15 sanatorie
fiscali diverse. La novità rispetto alla camera sta
proprio nell'ampliamento dello spazio per il
concordato fiscale, l'inserimento della possibilità di
regolarizzare la posizione fiscale presentando una
dichiarazione integrativa e soprattutto la possibilità
per il contribuente evasore di poter scegliere il
condono tombale vero e proprio. Al contribuente è
lasciata in ogni caso la possibilità di poter
scegliere le condizioni più favorevoli ed è prevista
anche la cosidetta clausola di salvaguardia. Per poter
usufruire del condono bisognerà presentare una
dichiarazione entro il 16 marzo 2003. Gli importi da
pagare corrispondono al 18% delle imposte sui redditi
risultanti dalla dichiarazione originale, il 16% per
il importi che eccedono i 10 mila euro e il 13% per la
parte eccedente i 20 mila euro. Si stabilisce una
progressività alla rovescia: più hai evaso, meno deve
pagare. Ovvero più hai evaso, più sei premiato.
Con il condono si può sanare anche l'Iva, mentre sono
previste norme specifiche anche per il condono delle
tasse di interesse locale, tra cui la tassa sui
rifiuti. L'adesione al condono mette poi al riparo da
successivi controlli e ispezioni. Tutte le sanatorie
fiscale della finanziaria (in tutto sono 15) valgono
dal periodo 1997-2001. Le liti fiscali pendenti
potranno essere chiuse versando solo 150 euro per
contenzioni che arrivano fino a 2000 euro e il 10% del
valore della lite se l'importo è superiore. Si condona
anche il canone Rai, cosicché chi non ha pagato potrà
mettersi definitivamente in regola versando 10 euro
l'anno. Anche i manifesti elettorali che sono stati
affissi abusivamente potranno essere sanati e così le
tasse sui rifiuti domestici. Regioni, province e
comuni dovranno ora decidere se applicare il condono
anche per il bollo auto e l'Ici.
Per quanto riguarda il rientro dei capitali esportati
illegalmente all'estero, la versione del senato
prevede la proroga dei termini dello scudo fiscale che
sarà valido fino al 30 giugno 2003. L'aliquota da
pagare per il rientro dei capitali per le persone
fisiche è del 4%. Lo scudo fiscale è esteso anche alle
società, cosa che lo stesso ministro Tremonti aveva
categoricamente escluso proprio per evitare il rischio
di possibili "inquinamenti" criminali.
Passa la linea dell'incentivazione alle scuole
private. La finanziaria istituisce infatti un fondo di
30 milioni di euro l'anno per il periodo che andrà dal
2003 al 2005 a favore delle famiglie che scelgono per
i propri figli le scuole private. Le modalità di
applicazione saranno contenute in un prossimo decreto
del ministero del tesoro. La tassa sul fumo (da cui il
governo prevede di ricavare dai 200 ai 350 milioni di
euro da destinarsi all'università e alla ricerca)
verrà istituita con un decreto del ministero
dell'economia che sarà emanato entro il 30 aprile
2003. L'entità della tassa sui tabacchi non è stata
ancora stabilita ma dovrà portare un gettito
complessivo intorno a 435 milioni di euro. Esponenti
del governo hanno comunque parlato di un aumento di 20
centesimi a pacchetto.
La finanziaria apre poi il capitolo delle
cartolarizzazione e in generale della vendita di beni
pubblici. Molte polemiche ha suscitato l'istituzione
della Patrimonio Spa che dovrebbe curare tutte le
operazioni. Dopo l'intervento del Cipe che ha
stabilito i "paletti" dell'azione della Patrimonio
dovrebbero esserci meno rischi di cose clamorose, ma
la preoccupazione rimane tutta.

PORTO MARGHERA

Si è conclusa con la consegna di una lettera ai
dirigenti della Dow Chemical di Porto Marghera la
manifestazione promossa dagli abitanti e da alcune
associazioni di Marghera contro la fabbrica chimica
dalla quale lo scorso 28 novembre a causa di un
incidente si è diffusa nell'aria una nube tossica
(fosgene e forse addirittura diossine). In tutto hanno
sfilato alcune centinaia di persone, la maggior parte
in bicicletta, altri su carri trainati da cavalli.
Arrivati alla fabbrica, una delegazione ha incontrato
la dirigenza, consegnandole la lettera (firmata
dall'assemblea permanente dei cittadini contro gli
impianti pericolosi), in cui si chiede "la fine di
ogni immunità per chi inquina, avvelena, uccide, mette
a rischio la vita e la sicurezza di tutti,
l'allontanamento subito del fosgene da Marghera, la
verità sul passato e concrete garanzie di vita sul
futuro".


24 dicembre 2002

DATI ISTAT SULL'OCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione è sceso al di sotto della
soglia del 9%, anche se gli squilibri regionali
rimangono fortissimi (4,1% al Nord; 18% al Sud) e il
lavoro femminile, soprattutto giovanile, è fortemente
penalizzato. Di più: sembra essersi arrestata la
tendenza che nell'ultimo annno aveva visto aumentare
il lavoro a tempo pieno e indeterminato. I nuovi posti
di lavoro, infatti, sono in maggioranza "atipici",
cioè precari. Questa la sintesi dei dati sulla
rilevazione trimestrale di forze di lavoro relative al
mese di ottobre, diffusi dall'Istat. Nell'ultima
rilevazione dell'anno l'Istituto di statistica ha
contato 21,932 milioni di occupati, dei quali quasi 14
milioni nei servizi, 5,2 milioni nell'industria e il
resto (1,122 milioni) in agricoltura. Il ritmo di
crescita su base annua è pari all'1,1% (+234mila
unità). Il risultato ha riflesso il rallentamento del
ritmo di sviluppo dell'industria in senso stretto
(-0,1% su base annua) e dei servizi (nonostante un
incremento di 142mila unità, pari all'1%, che si
confronta però con un incremento dell'1,9% della media
annua), nonché il sostenuto calo dell'agricoltura pari
al 2,4% degli addetti. Tiene anche l'occupazione
nell'edilizia: 1,789 milioni in ottobre, 49mila in più
(2,8%) rispetto all'ottobre 2001.
La crescita dell'

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