Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

giovedì 18 settembre 2025

Dove si lavora davvero?

Di Comitato Redazionale 



Le Banche Italiane a Confronto con i Giganti Globali

Il 2024 è stato un anno significativo per le banche italiane, che hanno registrato utili netti aggregati superiori a 46 miliardi di euro, con una crescita del 14% rispetto all’anno precedente (FABI.it). Intesa Sanpaolo e UniCredit dominano il mercato domestico con fatturati rispettivamente di 21,8 e 24,2 miliardi di euro, consolidando la loro posizione tra le principali banche europee (Mediobanca.com). Dietro di loro, Banco BPM e BPER Banca segnano fatturati di circa 5-6 miliardi di euro, mentre Mediobanca, specializzata in investment banking e wealth management, raggiunge i 3,7 miliardi di euro (Repubblica.it). Monte dei Paschi di Siena, pur tra alti e bassi storici, si attesta intorno ai 4,3 miliardi, mentre le banche digitali come FinecoBank e Banca Mediolanum si consolidano con circa 1,3 miliardi di fatturato ciascuna. Le realtà più piccole, come Banca Popolare di Sondrio e Credem, registrano circa 1,1-1,2 miliardi, confermando la predominanza delle grandi nel panorama nazionale.

Se allarghiamo lo sguardo al contesto globale, le proporzioni cambiano drasticamente. I colossi bancari mondiali hanno fatturati che superano di gran lunga quelli italiani. JPMorgan Chase, negli Stati Uniti, ha registrato un fatturato di circa 130 miliardi di dollari, seguita da Bank of America con oltre 100 miliardi, e dall’Industrial & Commercial Bank of China, attorno ai 90 miliardi (WSJ.com). Altri gruppi importanti, come Wells Fargo, Citigroup, HSBC, BNP Paribas e Deutsche Bank, si collocano tutti con fatturati che oscillano tra i 50 e i 90 miliardi di dollari, evidenziando un divario significativo rispetto alle banche italiane.

Anche in termini di utile netto le differenze sono marcate. UniCredit ha chiuso l’anno con un utile di 8,1 miliardi di euro e Intesa Sanpaolo con 7,7 miliardi, numeri importanti sul piano nazionale ma relativamente modesti se confrontati con i 50 miliardi di dollari di utile netto di JPMorgan Chase. Questi dati mostrano come le banche italiane, pur solide e in crescita, si collocano su una scala globale lontana dai giganti del settore.

Le prospettive per le banche italiane, dunque, non si misurano solo in termini di fatturato, ma anche di capacità di adattamento e innovazione. Per competere davvero a livello internazionale sarà necessario investire in tecnologia, ampliare la presenza all’estero e consolidare strategie di gestione del rischio e di efficienza operativa. L’industria bancaria italiana mostra crescita costante e resilienza, ma il confronto globale rivela che il percorso per raggiungere i vertici del settore mondiale è ancora lungo.


Redazione


Contattaci per dettagli e approfondimenti 

sabato 22 marzo 2025

Il Peso Invisibile delle Aziende


Il Peso Invisibile delle Aziende: Un Monologo di Ermanno Faccio sul Disagio Lavorativo e la Resilienza

Scritto da Ermanno Faccio

Oggi ci troviamo qui, in un mondo in cui la distorsione economica globale minaccia la stabilità delle imprese, delle persone, dei lavoratori e, in fondo, della società stessa. Leggendo le parole di Giorgio Laganà

in questo suo  LinkedIn post 

 sull'articolo riguardante il suicidio di un direttore BPM, sono stato colpito dalla riflessione profonda che questo gesto tragico non è solo un atto individuale, ma anche un messaggio simbolico che grida al mondo, in particolare al mondo delle aziende. Le aziende, soprattutto quelle artigianali e commerciali, attraversano situazioni di crisi che sembrano insormontabili, ma spesso riescono a resistere, nonostante tutto, senza cedere alla disperazione.

Quello che ci viene chiesto, però, non è solo una riflessione sul dolore e la sofferenza, ma una comprensione profonda delle radici di questi disagi, dei segnali che, se letti correttamente, potrebbero forse evitare il peggio. E, se vogliamo essere onesti, c'è molto da imparare da chi, nonostante abbia perso milioni di euro — non dei clienti, ma di proprio capitale umano e materiale — è riuscito a trovare la forza di non cedere al pensiero del suicidio. Ecco, in questo è racchiuso un insegnamento che tutti dovremmo cercare di cogliere: la resilienza umana può farci sopravvivere anche nelle condizioni più disumane.

La domanda fondamentale che mi pongo in questo momento è: come mai, nonostante la devastante iniquità dei sistemi economici, molte piccole e medie imprese riescono a sopravvivere senza ricorrere alla disperazione? La risposta è che queste aziende non sono fatte solo di numeri, ma di persone, di uomini e donne che si sacrificano ogni giorno. La loro forza non è solo economica, è anche psicologica e umana. Ma quella forza non è infinita. Non basta la presenza di un codice etico, anche se chiaro e ben scritto, per evitare che il malessere esploda. Ci vogliono strumenti reali per affrontare le difficoltà: sportelli psicologici, una cultura della prevenzione e un management empatico che non si limiti a rispondere alle necessità aziendali, ma anche a quelle emotive e psicologiche dei suoi collaboratori.

E allora, mi pongo un’altra domanda: cosa ci impedisce di prendere sul serio i segnali di disagio? Il burnout, le pressioni lavorative irrealistiche, la sensazione di essere inutili o addirittura dannosi: tutto questo è il risultato di un sistema che non solo non riconosce la dimensione umana del lavoro, ma che spesso ne fa strumento di sfruttamento. Il disagio non è solo qualcosa di invisibile, ma è una realtà che si manifesta attraverso le mimiche facciali, i gesti, i silenzi. Eppure, continuiamo a non vederlo, a ignorarlo, o peggio ancora, a normalizzarlo come una conseguenza inevitabile del sistema.

Ma se vogliamo veramente prevenire queste tragedie, dobbiamo imparare a guardare. E non con gli occhi di chi cerca soluzioni rapide o superficialmente efficienti, ma con quelli di chi sa che dietro ogni cifra c'è una persona. Una persona che, come tanti altri, ha lottato contro la paura di perdere il lavoro, contro la solitudine, contro l’umiliazione di un ruolo deumanizzato.

Mi rendo conto che, in un mondo come il nostro, non è facile cambiare la cultura del lavoro. Ma la domanda che mi pongo è: cosa possiamo fare noi, come membri di una società che si dice civile, per rendere il lavoro un'esperienza umana, che non ci costringa ad annullare la nostra identità e il nostro benessere per garantirci la sopravvivenza economica? Se ogni singolo individuo, ogni singolo lavoratore, si sentisse davvero parte di un sistema che lo valorizza non solo per quello che produce, ma anche per la sua dignità umana, forse saremmo in grado di evitare che la sofferenza esploda in questi atti drammatici.

E, infine, quale responsabilità abbiamo noi tutti? Se un'impresa che ha vissuto la crisi più profonda è riuscita a non cedere, non possiamo forse noi, singoli individui o dirigenti, imparare da quella resilienza? Non possiamo chiederci come mai queste imprese non sono affondate nella disperazione, e come possiamo, nella nostra realtà, fare la stessa cosa? La cultura del benessere, la prevenzione del burnout, la lotta contro il mobbing, l'empatia, sono strumenti che dobbiamo adottare, non solo come parole vuote, ma come comportamenti concreti e quotidiani.

Il cambiamento non avviene da solo, ma si alimenta attraverso le scelte che facciamo ogni giorno, nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri, nel modo in cui affrontiamo le difficoltà. Ogni crisi è un'opportunità di crescita. E solo se saremo in grado di affrontare insieme il disagio, con consapevolezza e solidarietà, possiamo sperare di creare un ambiente di lavoro che non solo promuova la produttività, ma che soprattutto salvaguardi la dignità umana.

Nel mio piccolo, io credo che ogni passo verso un cambiamento positivo parta da una riflessione sincera su come trattiamo gli altri e come ci trattiamo a vicenda. Forse, in fondo, la vera risposta alla domanda di Giorgio Laganà su cosa fare per evitare queste tragedie, è proprio quella di dare valore alla vita umana, prima di qualsiasi altra cosa.

A voi, colleghi, manager, imprenditori e lavoratori, lascio questi interrogativi: come possiamo fare in modo che il lavoro non diventi un fardello insostenibile, ma una risorsa che ci aiuta a crescere insieme? Come possiamo tutti contribuire a rendere il nostro ambiente di lavoro un luogo più umano, empatico e sostenibile?

Solo insieme, attraverso un cambiamento culturale, possiamo rispondere a queste domande e sperare in un futuro migliore per tutti."

Ermanno Faccio

Sponsor